“Il valore della memoria affiora dal buio in cui è immersa”: la riflessione della scrittrice Ilaria Tuti

Ilaria Tuti | 27.05.2019

"Nel mio piccolo, per quanto posso, voglio ricordare e tramandare il ricordo. Forse per questo il passato e le tradizioni locali hanno un’importanza fondamentale nelle storie che scrivo": ilLibraio.it ospita un intervento dell'autrice friulana Ilaria Tuti, che torna in libreria con "Ninfa Dormiente", il suo secondo romanzo, che vede ancora protagonista Teresa Battaglia


Da bambina ero attratta dal passato, e più il passato era profondo e lontano, più il mistero da sciogliere mi appariva intrigante.

Il Friuli è anche una terra di castelli. Ho iniziato da quelli, bimbetta che teneva per mano mamma e papà, durante le gite della domenica, a esplorare ruderi. Il sisma del 1976 aveva abbattuto con forza esplosiva ciò che i secoli avevano limato pacificamente, eppure quanta emozione, quante avventure vissute tra quei perimetri di pietra, gli occhi affamati di tesori. Alcuni di quei castelli sono stati ricostruiti, altri sprofonderanno a poco a poco, diventeranno colline e boschi, ma la mia curiosità è intatta e non mi ha mai abbandonato, si è trasformata nel desiderio di conservare la memoria delle persone e dei luoghi. A volte, anche delle cose.

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Sento forte l’esigenza di ascoltare, affinché nulla vada perduto, per quanto mi è possibile. Ho iniziato a regalare quaderni, ai parenti e agli amici, a interrogare chiunque avesse un piccolo patrimonio di ricordi da tramandare. «Scrivete» raccomando, «non solo i fatti, ma anche le emozioni, le sensazioni. Persino gli odori».

La memoria nasce nelle esperienze e nell’atto di tramandarle. La storia non è solo quella scritta, non è possibile contenerla nei paragrafi di un libro. È un flusso potente che scorre sotto i grandi avvenimenti, ne costituisce l’humus, la forza propulsiva che spinge in superficie i cambiamenti epocali. E forse è questo il motivo per cui scrivo storie. Nel mio piccolo, per quanto posso, voglio ricordare e tramandare il ricordo. Forse per questo il passato e le tradizioni locali hanno un’importanza fondamentale nelle storie che scrivo.

Un giorno racconterò della nonna che d’estate falciava da sola i prati sopra Gemona, aggrappata al pendio con i ramponi, in equilibrio su una pendenza sulla quale oggi non riusciamo nemmeno a stare dritti. Voglio raccontare dello zio che, da bambino, per guadagnare qualche soldo saliva ogni giorno su in montagna, a piedi, dove all’epoca il ghiaccio perdurava fino all’estate, per riempirne la sacca e venderlo alle locande giù in paese. Voglio parlare di chi ha visto pascolare i cammelli sui prati friulani e i cavalieri cosacchi roteare le sciabole durante la seconda guerra mondiale.

Forse non scrivo per caso storie nere, dato che una delle prime che mi sono state raccontate appartiene a Gemona: un omicidio, risalente al 1905 e tuttora irrisolto. La cronaca che ne fece il giornale “La Patria del Friuli” il 6 febbraio 1905 ha la forza espressiva di un romanzo: “Il povero morto giaceva supino sulla neve: teneva una mano sul petto e l’altra sotto il dorso: la faccia, il collo ed una mano presentavano alcune ferite. Il berretto del Copetti trovavasi a circa 3 metri di distanza dal suo corpo ed il pastrano a circa 6 metri. All’intorno del cadavere la neve era macchiata di sangue. Questi in succinto i primi particolari del fatto, che tanta impressione produsse in paese”.

La prima volta che ascoltai questa storia, mi colpì un dettaglio: la voce del mondo in quegli anni era diversa, era fatta per lo più di silenzio e poco altro, tanto che un’accetta al lavoro in un bosco in montagna diventava chiaramente udibile fino a valle. Quel silenzio l’ho sentito come un vuoto nelle orecchie. Ecco come un ricordo che non ti appartiene se non per tramite di un racconto può comunque farti percepire l’eco muta di un mondo ormai estinto.

Un mondo così teneramente e duramente descritto dall’immenso Pierluigi Cappello in Un dolore lungo un addio: “Quanto conosco della parola dignità viene da quel mondo, quanto conosco della parola durezza fruttifica da lì, quanto conosco della parola pietas affiora dalla penombra di quegli androni. Sono parole che ho fiutato nel sudore dei corpi non lavati, nei modesti abiti lindi i giorni delle feste grandi, nel rigore dei passi quando ci si addentrava in montagna. La reticenza delle carezze, un misurato torpore degli affetti, che si incendiava quando veniva dischiuso dalla fiducia, il valore dei sì e dei no inappellabili quando pronunciati hanno segnato la mia testa di bambino”.

I ricordi diventano storie e le storie fioriscono nell’arte, sotto forma di dipinti, romanzi, poesie, danze e sculture, teatro e cinema. Se non esistesse l’arte, quanto di noi e delle nostre origini sarebbe andato perduto?

La memoria collettiva diventa così memoria storica, che è identità culturale e civile, ma soprattutto è responsabilità, affinché il passato non sia mai sterile di insegnamenti. L’ho imparato, ancora una volta, tramite una storia, un racconto.

Ninfa dormiente, il mio secondo romanzo, non avrebbe mai visto la luce se un uomo sconosciuto, cinque anni fa, non mi avesse aperto la porta della sua casa e dei suoi ricordi, in una valle misteriosa e nascosta, con un passato lungo millequattrocento anni alle spalle. I ricordi di quell’uomo li ho impressi in un dipinto nel romanzo, le origini della sua gente, tramandate solo oralmente, sono diventate un mistero da sciogliere e un’avventura da cavalcare attraverso i secoli.

Forse non è un caso, rifletto ora, che io abbia affidato questa storia al commissario Teresa Battaglia, che vede la sua memoria sgretolarsi a poco a poco. Teresa mi ha insegnato che i nostri ricordi sono mosaici composti dal cervello, che è più facile ricordare attraverso le esperienze dei sensi e la danza che la mano compie su un foglio, quando scrive. Lei che, come me, annota tutto sui diari.

Così prezioso diventa ogni ricordo, per lei che presto lo perderà. Come una cesellatura a sbalzo, per contrapposizione, il valore della memoria affiora dal buio in cui è immersa.

IL LIBRO E L’AUTRICE – Dopo il successo, non solo italiano ma anche internazionale, del libro d’esordio (Fiori sopra l’inferno, selezionato come Crime Book of the Month dal Times nel marzo 2019), l’autrice friulana Ilaria Tuti torna con il suo secondo romanzo, Ninfa Dormiente (sempre pubblicato da Longanesi).

Tuti scrive una nuova avventura di Teresa Battaglia, il commissario di polizia, specializzata in profiling, già protagonista del suo primo romanzo. Ogni giorno cammina sopra l’inferno, ogni giorno Teresa si sente divorata dall’inferno. Perché c’è qualcosa che, poco a poco, la sta consumando come fuoco. Il suo lavoro e la sua squadra sono come la sua famiglia e lei farebbe di tutto per non perderli. Eppure, sente che questa potrebbe essere la sua ultima indagine. E, per la prima volta nella sua vita, ha paura di non poter salvare nessuno, nemmeno se stessa.

Fonte: www.illibraio.it

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