La Commedia triste (all’italiana): una categoria dell’anima 

Marco Bonini | 06.02.2019

"Tutti i picchi della nostra cultura hanno a che fare con la commedia amara. I nostri miti più popolari, il nostro teatro, i nostri Nobel, i nostri Oscar, i nostri attori più famosi nel mondo, sono tutti brillanti esponenti della stessa idea di commedia drammatica. Da Pulcinella e Arlecchino, a Goldoni, Eduardo, Pirandello, Dario Fo, Fellini, Monicelli, Totò, Mastroianni, Gassman e su fino a Benigni noi italiani sappiamo far piangere ridendo". In occasione dell'uscita del romanzo d'esordio di Marco Bonini, "Se ami qualcuno dillo", su ilLibraio.it l'intervento dell'autore, che passa in rassegna grandi capolavori del cinema italiano come "Il sorpasso", "La dolce vita", "8 1/2", "La vita è bella" e...


“E voi pensate di far ridere con questa roba? Dov’è il dolore? Dov’è l’ombra? Cosa sarebbe Totò senza miseria o Charlot senza malinconia?”

(da Notti Magiche di Paolo Virzì)  

La commedia all’italiana è ormai una categoria della storia del cinema, ma io credo che sia piuttosto una categoria dell’anima, e in particolare dell’anima italiana. Non sto cercando una facile sponda nazionalista, sto cercando di dimostrare che l’insieme degli esseri umani cresciuti lungo questo stivale dall’inizio della nostra storia linguistica si sono rappresentati, raccontati, disegnati, cantati, filmati, con un particolare e comune punto di vista sul mondo. E quando questo punto di vista si è ben mischiato con il talento si è riuscito a commuovere e divertire in proporzioni uguali.

Fellini otto e mezzo

La nostra lingua stessa è nata da uno scherzo molto serio. Dante scrive in volgare la Divina Commedia, non la divina tragedia. Forse lo ha fatto solo per cautelarsi da eventuali accuse di blasfemia, ma anche se lo avesse fatto solo per questo motivo utilitaristico, comunque rimarrebbe di fatto il big bang del nostro stile. In quella stessa motivazione infatti si nasconderebbe quel mischio strano di furbizia, profondità, intelligenza e superficialità, cialtroneria e emotività che produce quel sentimento sublime cristallizzato in una risata amara.

Tutti i picchi della nostra cultura hanno a che fare con la commedia amara. I nostri miti più popolari, il nostro teatro, i nostri Nobel, i nostri Oscar, i nostri attori più famosi nel mondo, sono tutti brillanti esponenti della stessa idea di commedia drammatica. Da Pulcinella e Arlecchino, a Goldoni, Eduardo, Pirandello, Dario Fo, Fellini, Monicelli, Totò, Mastroianni, Gassman e su fino a Benigni noi Italiani sappiamo far piangere ridendo.

Totò

Lo spiega meglio di me Pirandello nel suo saggio del 1908, L’umorismo, dove dice che l’umorismo è un concetto che circoscrive un comportamento umano relativamente stabile nel tempo. Pirandello attribuisce all’umorismo una natura esistenziale: l’analisi dei meccanismi psicologici dell’umorismo diviene così una riflessione su una struttura dell’esistenza, un modo di atteggiarsi dell’uomo rispetto alla propria vita e al mondo intimamente contraddittorio. Per spiegarsi meglio, Pirandello ricorre a un capolavoro della letteratura spagnola: Don Chisciotte. Le pagine di Cervantes ci fanno spesso ridere. Ridiamo per la cecità di quest’uomo imbevuto di favole, per la sua incapacità di accettare la prosaicità del reale. Ma il “cavaliere dalla triste figura” è il protagonista della storia, quello con il quale noi ci identifichiamo, e quindi quello di cui ridiamo, in fondo, siamo noi stessi. Siamo noi lettori che scambiamo per giganti i mulini a vento. Ridiamo di noi stessi ridicoli e allo stesso tempo soffriamo per la nostra condizione altamente tragica.

È così per Dante, che osa varcare il regno dell’aldilà cercando, come un qualsiasi parcheggiatore abusivo un ruolo, una dignità, un potere che non ha. È così per Pulcinella, per Mastroianni e Fellini di 8 e mezzo, per Benigni in La vita è bella, o per Gassman e Risi ne Il Sorpasso. Il riso umoristico non ha la pienezza ingenua della comicità, ma è venato da un sentimento contrastante che lo limita e lo contiene. Ridiamo ma insieme commiseriamo la sorte di chi pure troviamo ridicolo. Così nella commedia all’italiana il riso si fa amaro e si compie il circolo della contraddizione tra scherno e compassione, due opposti che si inseguono finché il riso si smorza e si vela di triste consapevolezza.

Il sorpasso

Così come si smorza il sorriso di Marcello Mastroianni ne La Dolce Vita al richiamo ludico della prorompente Anita Ekberg. “Marcello come here!”, dice lei immersa nella fontana di Trevi. Marcello prima da seduto la biasima sorridendo sarcastico a quel superficiale edonismo, ma poi cede alla debolezza, “Ma sì, Silvia, vengo anch’io”, e poi ammette a sé stesso: “in fondo ha ragione lei, sto sbagliando tutto, stiamo sbagliando tutti!”.

la dolce vita

L’AUTORE E IL SUO PRIMO LIBRO – Marco Bonini, classe 1972, romano (“da cinque generazioni da parte di padre e nove da parte di madre”) è laureato in filosofia, e ha studiato per diversi anni danza classica e moderna prima di dedicarsi alla recitazione. Attore e sceneggiatore, scrive per il cinema e la televisione. Nel 2015 ha firmato con Edoardo Leo la sceneggiatura di Noi e la Giulia, vincitore di due David di Donatello, due Nastri d’Argento e del Globo D’Oro della stampa estera come migliore commedia dell’anno. È tra i protagonisti della trilogia di Sydney Sibilia, Smetto quando voglio.

Se ami qualcuno dillo, in libreria per Longanesi, è il suo primo romanzo. La trama ci porta a Roma negli anni Ottanta. Marco, dieci anni, è innamorato cotto. Daniela è la bambina più bella del cortile e lui se la guarda tutti i giorni dal balcone. L’amore non corrisposto lo sta consumando, ma in casa c’è qualcuno molto più irritato di lui. Sergio, suo padre, non crede ai propri occhi: il suo figlio maggiore, rimbambito appresso a una femmina? Poi un pomeriggio, imbambolato dall’apparizione di Daniela sul terrazzo di fronte, Marco si lascia sfuggire una biglia che precipita per sette piani, centrando il parabrezza della macchina della signora Lelle. Sergio esce, guarda di sotto e finalmente urla contro il figlio il suo inappellabile Primo Comandamento: “Lo vedi a innamorasse che succede?… solo guai! Lascia stà le donne, so’ solo ’na perdita de tempo”. La trama avanza. Nell’estate del 2000 Marco ha ventotto anni, fa l’attore, guida una decappottabile inglese e non si innamora più da un pezzo. Poi una mattina un telefono squilla in una stanza buia e cambia tutto. Sergio ha avuto un infarto, è in coma e potrebbe non risvegliarsi. La storia di Marco e di suo padre inizia da qui, dall’attimo in cui sfiorano la fine. L’infarto non uccide il corpo di Sergio ma resetta il suo cervello: al risveglio il vecchio Sergio, l’uomo tutto d’un pezzo che non sapeva fare una carezza ai suoi figli o dire ti amo a sua moglie (la quale, non a caso, l’ha lasciato), non c’è più. Al suo posto è arrivato un alieno, imprevedibile, folle e delizioso come un neonato che deve imparare da capo tutto del mondo degli uomini. Il nuovo Sergio non sa leggere né scrivere, ma balla, ride e sa quando fare una carezza o una dichiarazione d’amore. Sergio sa essere finalmente felice e sa insegnarlo agli altri. Marco è ancora in tempo per apprendere la nuova lezione?

 

Fonte: www.illibraio.it

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