“Estate alla Fortezza”, il racconto di Valentina D’Urbano

Valentina D'Urbano | 09.07.2014

Un breve, intenso racconto che ci riporta alle estati della nostra infanzia...


Valentina D’Urbano, classe ’85, è nata, vive e lavora (come illustratrice per l’infanzia) a Roma. Finora ha pubblicato due romanzi, entrambi pubblicati da Longanesi: “Il rumore dei tuoi passi” e “Acquanera”. In attesa del suo terzo libro, ecco un suo emozionante racconto estivo…

Estate alla Fortezza

Eravamo bambini in un giorno d’estate. Era un afoso pomeriggio d’agosto e le strade della Fortezza erano deserte e piene di polvere. Dalle serrande abbassate proveniva un brusio costante e continuo. Stavano tutti chiusi in casa a guardare la televisione. Io e Alfredo eravamo affacciati al balcone. Mia madre ci aveva dato il permesso di giocare con certi vecchi spruzzini che avevamo trovato in giro, e noi avevamo esagerato. Adesso, mentre lei strofinava il pavimento della cucina, io e Alfredo ce ne stavamo al sole, a morire di caldo per far asciugare i nostri vestiti. Ci annoiavamo.  Alfredo disse che potevamo scappare passando dalla camera e uscire di casa. Scossi la testa, era un’idea stupida, e mia madre se ne sarebbe sicuramente accorta. Ritornai a guardare la strada sotto di noi, una linea scura distante quattro piani. Immaginai che tutto diventasse all’improvviso blu, che quelle onde di afa che liquefacevano la strada diventassero un mare vero, come quello della televisione. Non l’avevamo mai visto il mare noi, dovevamo accontentarci dell’asfalto bollente che tremolava per il gran caldo.

– Prima o poi – dissi – dobbiamo andare al mare.

– Tuo padre dice che ci porta l’anno prossimo – rispose Alfredo.

Scrollai le spalle. Mio padre lo prometteva tutti gli anni ma poi non lo faceva mai.

– Lo dice sempre, però poi se ne dimentica – borbottai. Credo di aver fatto una faccia davvero triste, perché Alfredo si avvicinò. Mi passò un braccio sulle spalle.

– Ti prometto – disse piano – ti prometto che un giorno, quando sarò ricco, al mare ti ci porto io. La sua faccia, mentre lo diceva, era la cosa più solenne che avessi mai visto.

Fonte: www.illibraio.it

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