"La guerra disfa gli uomini e li rifà a metà". Nel nuovo libro di Ilaria Tuti, "Ed è un poco la notte e un poco l’alba", la Carnia è un personaggio vivo, crocevia di popoli. L'autrice rende omaggio alla sua terra, che non ha mai conosciuto quiete, e narra un pezzo di storia dimenticata, una pagina di memoria friulana che parla di confini che si spezzano e di umanità, di nemici e simili. Un romanzo che non potrebbe essere più attuale
“Era una figlia della Carnia”.
Figlia di una terra di confine, data alla luce in un aprile di tempesta da una donna morta di parto, Serafina ha un nome santo e un destino di “mai nata”: secondo la tradizione la vita vera non sgorga da una fonte esaurita.
Serafina viene cresciuta dalla nonna Silva, impara il linguaggio delle erbe e il valore di una pietà antica, cresce con il carattere di un cipresso e con una capra dai corni di caprone.
Serafina vive sola, ai margini del paese, in una casa nel bosco che è una tana, calzoni per proteggersi, una pipa in bocca e il sogno degli aerei in testa: la gente la guarda con diffidenza e rispetto, nipote di un’eretica.
La nonna Silvia si dice aiutasse i bambini nati morti a tornare in vita, il tempo di un solo respiro, per ricevere il battesimo ed evitare il Limbo: una leggenda, una superstizione che ha a che fare con un ultimo atto di compassione per le madri, un gesto che di magico ha il potere della cura e viene marchiato come una stregoneria trasmessa alla nipote.

Ed è un poco la notte e un poco l’alba di Ilaria Tuti (Longanesi) è una storia di confini: tracciarli è nello spirito dell’uomo, che separa il diverso, l’ignoto, definisce fattucchiera chi sfugge alle regole comuni, e bestia tutto ciò che non conosce.
“Di qua c’è il nostro mondo, di là quello delle bestie”.
Serafina stessa incarna una vita di confine, simbolo di una dimensione liminale, con un legame indissolubile con la terra, una creatura della montagna che conosce i riti antichi ma rifiuta i dogmi, e, nel timore, viene comunque chiamata ad assistere ai parti, a presiedere quello spazio oscuro dove per un momento la vita e la morte sono sorelle, e dove ogni gesto è abitato da forze misteriose. È una guardiana delle ombre, un’evocatrice di respiri, che non appartiene completamente a nessun luogo.
Il suo stare sulla soglia di due mondi diversi, libera dalle regole della comunità, non prepara però del tutto Serafina all’incontro con l’altro: quando arriva l’invasione dei cosacchi dei grandi fiumi, ritorna potente il terrore della guerra e insieme quello dello straniero.
Stanno arrivando i cosacchi
“Scjampait, che rivin i cosacs”. Scappate, stanno arrivando i cosacchi: sono i Barbari, sono i lupi che appartengono al mondo di là.
L’arrivo delle truppe porta con sé occupazione, soprusi, pura violença salvadia, pura violenza selvaggia.
Di fronte a questo nuovo ignoto, Serafina non scappa, sceglie di restare, aggrappata al suo pendio diventato improvvisamente impervio, con la forza delle antenate: in tempo di combattimenti, con gli uomini nascosti nella macchia, tocca alle donne resistere.
La guerra disfa gli uomini e li rifà a metà
I paesi occupati diventano una terra di convivenza forzata, due lingue, un prete e un pope nella stessa chiesa, colori, odori che si fondono, una tensione che si percepisce nell’aria, un senso continuo di pericolo. Perché la guerra è questo che fa, diceva nonna Silva: disfa gli uomini e li rifà a metà.
“Era un creatore imperfetto, la guerra, che con il fango delle trincee e dei campi abbandonati a marcire creava esseri dal cuore buio, la ragione malferma e gli istinti voraci. Mezzi uomini e mezze bestie, che però uccidevano con la facilità di un dio”.
Quando l’invasione militare diventa vita quotidiana, i cosacchi iniziano ad apparire agli occhi di Serafina come un popolo senza patria, fatto di guerrieri ma anche di donne, di bambini, di gesti simili ai propri. Meno diversi, non più bestie, esseri umani feriti dalla storia. E per lei abituata a trasformare le avversità in un possibile equilibrio, abituata a non disegnare un confine netto tra giusto e sbagliato, tra mio e tuo, tra vita e morte, tra fede e scienza, l’altro non esiste: esistono solo dolori e crudeltà che sono la misura della vita.
Anche chi fa paura conserva nostalgia
Anche chi fa paura conserva nostalgia: è qui che la paura diventa uno sguardo, una possibilità di trovare un riflesso di se stessi nell’altro, in mezzo a una natura verdeggiante e senziente che accoglie tutti e tutte, custodisce e protegge.
La Carnia è un personaggio vivo, terra di confine, crocevia di popoli, dove natura e mistero convivono, parlano una lingua di simboli arcani. Ilaria Tuti rende omaggio alla sua terra, che non ha mai conosciuto quiete, ricamandola con le parole, unendo storia e tradizione, con la grammatica dei sensi, con una montagna che è un poco tenebra e un poco splendore, con erbe e torrenti che vivono le stagioni e restituiscono vita sulle pagine con odori, vento, fango, silenzi.
Ilaria Tuti non poteva scrivere romanzo più attuale
Tuti non poteva scrivere romanzo più attuale: è in quel limbo tutto umano, fatto di sforzi quotidiani, di luci e di ombre, che la ragione e la fede si incontrano, lontano dai pregiudizi e dalle superstizioni.
Lì non ci sono uomini e lupi, lì c’è spazio per incontri di anime, madri e figli che si trovano strada facendo: e quello è davvero il čudo, il miracolo, quello è il vero respiro divino.
Ed è un poco la notte e un poco l’alba è un pezzo di storia dimenticata, una pagina di memoria friulana che parla di confini che si spezzano e di umanità, di nemici e simili. È nonna Silva a indicare la strada, che appartiene al mondo di Ilaria Tuti e alla sua sensibilità e che tocca le coscienze: la pietât a è amôr, la pietà è una forma di amore, di cura della vita anche dentro la guerra e l’odio, e terreno di incontro, e di ascolto, gesto ostinato di vedere umanità anche nel buio della guerra.
“Nel momento dell’estremo bisogno, ciascuno di loro trovava ancora, sul fondo del pozzo nero che si apriva nel petto, la forza per porgere la mano al prossimo”.
Fonte: www.illibraio.it
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