Schwa: cos’è, come si legge e come si usa (e perché se ne continua a discutere)

Eva Luna Mascolino | 06.10.2026

Cos’è "lo schwa"? Quali sono le sue caratteristiche, come si distingue dall'asterisco e in che modo si è inserito ai nostri giorni nella più ampia discussione relativa alle questioni di genere e all'inclusività nella lingua? Un percorso per orientarsi nell'argomento ed entrare nel dibattito in corso...


In seguito a un crescente interesse per l’argomento da parte di giornali, social media e opinione pubblica, a cominciare dagli anni 2019-2020 capita sempre più spesso di imbattersi in contenuti testuali in cui compare una “e” rovesciata (ə) detta schwa, che in ambito accademico era stata introdotta per la prima volta da Luca Boschetto in un articolo del 2015.

Sulle sue modalità d’uso, ma soprattutto sulle sue connotazioni, sui suoi significati e sui suoi limiti, si dibatte quindi già da tempo e animatamente, il che ha contribuito a rendere la “questione dello schwa” spesso spinosa e divisiva.

Per orientarsi al riguardo e capire più nel dettaglio di cosa stiamo parlando, ecco allora un sintetico percorso che punta a far luce su cosa sia lo schwa, quali caratteristiche abbia e in che modo si sia inserito nella più ampia e centrale discussione relativa alle questioni di genere e all’inclusività nella lingua italiana…

Cos’è lo schwa? Storia e caratteristiche

Cominciamo dai fondamentali: quando parliamo di schwa, ci riferiamo in linguistica a un suono vocalico medio, non arrotondato, che viene utilizzato quotidianamente in alcune aree del mondo e che, nell’alfabeto fonetico internazionale (IPA), viene rappresentato per convenzione con il simbolo “ə”.

In altre parole, si tratta di solito di una vocale caratterizzata da un suono a metà strada fra le altre vocali esistenti, la cui pronuncia è perciò conosciuta da secoli da milioni di parlanti, e che possiamo riscontrare anche all’interno di lingue come l’inglese o il francese, nonché in certi dialetti del Centro e del Sud Italia quali il napoletano, il barese o il siciliano.

Il suo nome, derivato dall’ebraico medievale shav e potrebbe voler dire niente, mentre secondo altre teorie linguistiche è più plausibile che il suo significato sia sinonimo di uguale, di pari. Come che sia, identificarlo con il simbolo di una vocale breve è stato per primo Johann Andreas Schmeller (1785-1852) nel XIX secolo, che lo ha associato a un simbolo inventato dell’alfabeto latino.

Dopodiché, è stato mutuato dallo studioso di fonetica Alexander John Ellis (1814-1890), che se ne è servito per identificare una vocale indistinta della lingua inglese, mentre il linguista svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913) ha suggerito che una vocale indistinta simile a questa fosse presente già nell’indoeuropeo, per poi evolversi in tante vocali diverse nelle lingue parlate ancora oggi nel nostro continente.

Infine, a cavallo tra l’800 e il ‘900, lo schwa si è imposto nell’IPA di cui parlavamo sopra, diventando imprescindibile in ambito accademico e imponendosi in italiano per lo più come lo schwa, sostantivo di genere maschile, anche se esiste una buona fetta di popolazione (specie nella Svizzera italiana) che tende a dire più comunemente la schwa al femminile.

Come si pronuncia?

E veniamo ora a una delle domande che ci si pone più di frequente: come si pronuncia lo schwa? In tal senso, le risposte che possiamo dare sono due. Se ci riferiamo infatti al termine schwa in sé e per sé, la pronuncia corretta è scevà, in ragione dell’etimologia di cui parlavamo poco sopra.

Se, invece, vogliamo capire come pronunciare lo schwa all’interno di una parola, anziché fare riferimento a dialetti nostrani o lingue straniere, ci basterà tenere a mente un semplice principio: lo schwa, in realtà, non si pronuncia affatto.

Dobbiamo insomma immaginare che al suo posto ci sia uno spazio bianco, un “saltello” fra una sillaba e l’altra – o fra un termine e il successivo –, senza sforzarci di associarlo a un suono specifico. Un po’ come quando, anziché leggere l’alfabeto italiano appoggiandoci alla lettera “i”, pronunciamo le consonanti “nude e crude”: b, d, p, t (e non bì, dì, pì, tì) e così via.

Questo dovrebbe renderci il compito più agevole, portandoci in automatico a “riempire” il vuoto dopo ogni lettera con un suono neutro, senza accento o tono, di scarsa sonorità: uno schwa in tutto e per tutto, che così facendo renderà come “tronca” la parola in cui è inserito.

Un’alternativa all’asterisco?

Accanto alla possibilità di utilizzare lo schwa esiste anche quella di servirsi dell’asterisco (*), che dal canto suo ha preso negli ultimi anni a sostituire la barra detta slash (/) con cui si accostava la desinenza maschile a quella femminile per evitare la doppia forma estesa, in particolare nei testi burocratici (scrivendo dunque signori/e al posto di signori e signore).

Schwa e asterisco, a prima vista, assolverebbero pertanto alla stessa funzione nello stesso modo, anche se l’asterisco solleva generalmente qualche dubbio in più. Il motivo lo spiega bene l’Accademia della Crusca in un passaggio dell’articolo Un asterisco sul genere:

L’asterisco […] serve a mettere in evidenza qualcosa, per esempio un nome o un termine in un elenco, contrassegnandolo così rispetto agli altri. L’asterisco può anche segnalare una nota (soprattutto se isolata) o ancora (per lo più ripetuto due o tre volte) indicare un’omissione volontaria da parte dell’autore, specialmente di un nome proprio […]. Un uso per certi versi analogo si ha nei fumetti e in rete, dove gli asterischi o altri segni (chiocciola, cancelletto, punto) sostituiscono le lettere interne delle parolacce, che vengono così censurate.

In altre parole, l’asterisco è un segno grafico più familiare e che per certi versi potrebbe apparire più rassicurante, ma è anche vero che se ne fa già largo uso nei testi scritti e che gli vengono comunemente attribuite numerose funzioni.

E la proposta di optare per lo schwa sarebbe quindi mossa dall’intenzione di evitare fraintendimenti e sovrapposizioni di senso, così da provare a circoscrivere l’ambito d’uso dell’asterisco affidando intanto allo schwa un compito più specifico e univoco. Quale? Vediamolo adesso insieme nel dettaglio.

Lo schwa nel dibattito contemporaneo…

Una volta chiariti i principali dubbi sullo schwa, possiamo infatti osservare più da vicino il ruolo che ha assunto nelle discussioni degli ultimi anni – una delle ultime che si è accese in merito risale alla primavera del 2025, quando il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha emanato una circolare che raccomandava alle scuole di vietare asterischi e schwa nei documenti ufficiali.

Per capire meglio il contesto, è importante partire intanto dal presupposto che sempre più spesso le rivendicazioni per la parità di genere e per i diritti della comunità LGBTQIA+ passano anche da come ci rapportiamo ogni giorno alla lingua che parliamo.

Del resto, molte abitudini radicate culturalmente nella nostra parlata sono il segnale di un determinato modo di pensare, di concepire il mondo e di relazionarci d’istinto con chi ci circonda, proprio come ci hanno tenuto a sottolineare per secoli alcune tra le voci più note e autorevoli della linguistica internazionale.

Di conseguenza, chi non vede di buon occhio il retaggio patriarcale che in italiano ci spinge a usare il genere maschile come se fosse neutro, riferendoci di default a una persona non meglio identificata con il maschile, o parlando al maschile di un gruppo di persone di genere misto, ha cominciato a proporre delle alternative più inclusive.

Per evitare di marcare il genere e per rispettare l’identità di chiunque, senza applicare preferenze a priori o privilegiare una categoria a scapito di un’altra secondo una prospettiva intersezionale, si è quindi ipotizzato di prendere in prestito lo schwa dall’alfabeto fonetico internazionale per indicare graficamente e foneticamente una parola non marcata (come in altre lingue accade già con l’asterisco, con la chiocciola, con la x o con la u).

Una posizione che ha trovato sostegno non solo nell’ambito della sociolinguistica, ma anche tra intellettuali e influencer, imprese e case editrici, d’accordo con l’idea che l’italiano sia una lingua viva e in continua evoluzione, da rendere sempre più specchio della società contemporanea e da spogliare di eventuali disuguaglianze e vizi di forma (spesso indice di un problema più profondo, rispetto a quello puramente formale).

Non poche personalità chiave del nostro Paese hanno però manifestato le loro perplessità sull’argomento, fra le quali riportiamo qui quattro delle più argomentate e diffuse. La prima consiste in una critica alla sua inclusività, dal momento che lo schwa non è immediato da decifrare per i sistemi di lettura automatica ipovedenti o per le persone dislessiche, trasformando un tentativo paritario in una nuova forma di esclusione selettiva.

La seconda si colloca in un ambito legato più alla poesia, che ci si chiede come si possa far funzionare a livello di conteggio sillabico e di schema di rime se si inserisce al suo interno un elemento come lo schwa, in particolare nel caso di traduzioni poetiche da lingue straniere che a loro volta flettono il maschile e il femminile.

Mentre la terza interessa più l’indicizzazione SEO sui motori di ricerca dei testi pubblicati online, e fa notare che allo stato attuale un colosso come Google considera come parole chiave distinte e separate tutti i termini come signore, signora e signorǝ, associando a ciascuno di loro un volume di ricerca e un costo per clic diverso, ponendo non pochi interrogativi a chi vuole fare un uso più consistente dello schwa ma posizionarsi contemporaneamente in maniera efficace.

In ultimo, una certa difficoltà è data dalla scelta della radice da usare in termini nei quali quest’ultima cambia parzialmente fra il maschile e il femminile, come in moderatore e moderatrice, visto che finora è molto comune trovare scritto a prescindere moderatorə, in una forma che sembra propendere un po’ di più verso il maschile.

Naturalmente, va ribadito che si tratta di una questione ancora aperta, in cui non per forza esistono posizioni univoche e immutabili, anzi: chi si batte per l’uso dello schwa può riconoscerne i limiti e avere intenzione nel frattempo di superarli, o di trovare un’alternativa ancora più adeguata di questa, mentre chi ne ha una visione più scettica può comunque concordare su alcune argomentazioni favorevoli e accogliere volentieri un cambiamento linguistico e culturale di fondo.

…e ai tempi dell’Intelligenza Artificiale

Da quando l’Intelligenza Artificiale ha in parte cambiato il nostro rapporto con l’ecosistema digitale e con la creazione o postproduzione di contenuti, oltretutto, la questione dello schwa ha cominciato a interessare sempre più categorie professionali e di utenti a livello mondiale.

E la ragione è presto detta: i Large Language Model delle principali compagnie tecnologiche vengono istruiti estraendo enormi quantità di dati testuali non filtrati da articoli di giornale, libri, social media, forum e siti d’informazione (con risvolti spesso controversi sul fronte delle fake news, del traffico online, del copyright, del diritto d’autore e della paternità delle opere d’ingegno).

Di conseguenza, l’IA assorbe una lingua in modo statistico per come nel corso del tempo è stata utilizzata per la maggiore dagli esseri umani, contenendo e riaffermando nei suoi output i bias, le disuguaglianze e gli stereotipi radicati nelle nostre società, da quelli razziali a quelli religiosi, fino ad arrivare a quelli di genere.

Un tema particolarmente caldo in una realtà come quella italiana (e delle lingue romanze in generale) in cui il maschile continua a essere per lo più considerato un genere grammaticale non marcato, portando i modelli ad accumulare un’enorme quantità di desinenze maschili in database e rendendo meno probabile la tendenza dell’IA a generare in automatico una formulazione più simmetrica o inclusiva.

Per non parlare del fatto che proprio lo schwa e l’asterisco sono fra i caratteri più difficili da elaborare in modo corretto dall’Intelligenza Artificiale, dal momento che interrompono la struttura standard delle parole e vengono scambiati per un refuso o per un simbolo speciale da ignorare – almeno finché un team di ricerca e sviluppo non istruirà e correggerà l’IA a posteriori, applicando direttive o filtri matematici che rimangono comunque sottoposti all’approvazione (e alla sensibilità) dell’azienda madre.

Si tratta di un problema che inizia a stare a cuore soprattutto alle istituzioni del mondo scolastico e accademico, ormai sempre più orientate a trasformare l’Intelligenza Artificiale da ostacolo ad alleata contro le discriminazioni di genere.

Come? Da un lato, per esempio, mettendo a disposizione delle linee guida sull’uso dell’IA volte a favorire una didattica linguisticamente inclusiva – direzione in cui si è già mosso Sanoma, grande gruppo di origine finlandese, leader nel settore dell’editoria scolastica e della formazione, che nel marzo 2026 ha pubblicato alcune schede suggerimento per chi volesse affiancare la progettazione dell’insegnante, la costruzione di materiali di apprendimento o il lavoro stesso delle classi a “possibilità nuove, spesso utili”, e orientate a una sempre maggiore consapevolezza in merito.

Oppure, dall’altro lato, creando a monte dei dataset rispettosi delle diversità, così da (ri)addestrare in una prospettiva più paritaria l’algoritmo dei software basati sul machine learning.

Pionieristico in tal senso è stato E-Mimic (Empowering Multilingual Inclusive comMunICation), il progetto di linguistica e data science finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e messo a punto dal Politecnico di Torino, dall’Università di Bologna e dall’Università di Roma Tor Vergata, che ha portato all’elaborazione di un algoritmo chiamato Inclusively, di cui beneficerà per prima la pubblica amministrazione.

Il suo obiettivo, ha spiegato la docente e coordinatrice dell’iniziativa Tania Cerquitelli nel comunicato ufficiale, è quello di fornire “un’interfaccia di assistenza alla scrittura che scansiona i documenti per identificare i frammenti di testo che mancano di inclusività”, sfruttando “la modellazione generativa per riformulare queste porzioni di testo in un modo che sia neutro rispetto al genere e ai criteri inclusivi definiti”.

Nella speranza che l’innovazione venga adoperata per ampliare (più che per limitare) la capacità umana di “interpretare, governare e valorizzare la complessità del linguaggio”.

Esempi d’uso dello schwa

Car Tar¹,

non devi essere triste perché non ci sono, altrimenti divento triste anch’io. E poi tu hai gli altri ragazzi, papà e mamma, la nostra camera, gli amici, i Sapienti di sempre… Cosa dovrei fare io, che sono qui sol fra questi terrestri così strani e diversi da noi? Però devo riconoscere che fanno di tutto per farmi stare a mio agio. Purtroppo qualche volta non è possibile, ma non dipende da loro. Però non devi metterti in testa che io qui sia infelice e abbandonat. Soprattutto non dirlo a papà. In fondo sono stat io a voler venire sulla Terra. E poi mi diverto, con tante novità.

¹Nota per i terrestri. Non si tratta di un errore del tipografo. La lettera — come tutte le altre scritte da Mo ai suoi che riporteremo più avanti — è stata tradotta dal denebiano. Lingua che prevede, per i ragazzi al di sotto dei 50 anni, pronomi e aggettivi di genere neutro. In italiano il neutro non esiste, perciò – per non farvi pensare che a questo punto Mo attribuisca uno dei due sessi a sé o a Tar – abbiamo privato della lettera finale tutti gli aggettivi che li riguardano.

Il brano qui presentato è tratto dal romanzo Extraterrestre alla pari (Einaudi ragazzi), che la celebre autrice sarda Bianca Pitzorno ha pubblicato per la prima volta nel lontano 1979: lo schwa non era ancora presente, ma la funzione a cui oggi assolve sì.

Lo spunto di riflessione che propone il testo, infatti, riguarda la necessità di andare oltre i pregiudizi nel corso della nostra crescita, stabilendo chi siamo e in chi ci identifichiamo al di là delle convenzioni, delle “griglie” o delle regole preconfezionate che potrebbero esserci imposte dall’esterno. Ecco perché possiamo individuare nella nota di Bianca Pitzorno un buon esempio ante litteram di come utilizzare lo schwa al giorno d’oggi, con o senza IA.

E cioè parlando di una persona di cui non conosciamo l’identità di genere, o che sappiamo non riconoscersi nel binarismo uomo-donna, usando sostantivi, aggettivi e participi passati che al singolare abbiano uno schwa al posto della -a e della -o finale, o al posto della -e e della -i al plurale se siamo davanti a un insieme variegato di persone che non vogliamo definire usando il cosiddetto “maschile sovraesteso” o “maschile universale” (es. Un gruppo di professori per indicare un gruppo di professori e di professoresse).

Es. – Dove sei andatə ieri sera?
– Ho assistito a una presentazione in libreria. Non eravamo tantissimə, ma mi ha colpito che unə ragazzə sia intervenutə insieme a me su una tematica proposta daə moderatorə che mi sta da sempre molto a cuore.

A questo proposito, evidenziamo la tendenza sempre più diffusa a differenziare però il singolare dal plurale, usando nel primo caso lo schwa di cui abbiamo parlato finora e facendo ricorso, nel secondo caso, allo schwa lungo per il plurale: il suo simbolo è “з” e la sua pronuncia è sostanzialmente assimilabile a quella dello schwa breve. Riprendendo l’esempio precedente, dunque, potremmo esprimerci in maniera più precisa come segue:

– Dove sei andatə ieri sera?
– Ho assistito a una presentazione in libreria. Non eravamo tantissimз, ma mi ha colpito che unə ragazzə sia intervenutə insieme a me su una tematica proposta daз moderatorз che mi sta da sempre molto a cuore.

Per digitare entrambi gli schwa dal proprio computer, esistono inoltre numerose scorciatoie e possibilità in base al sistema operativo e al programma su cui si sta lavorando, mentre da mobile la tastiera Android e quella iOS sono state già aggiornate per permettere all’utente di trovare entrambi i simboli fra quelli di default.

Alla luce di quanto abbiamo descritto fin qui, si riesce a capire fino a che punto la questione dello schwa sia complessa e sfaccettata.

È quindi fondamentale prendere coscienza del discorso in tutte le sue istanze e contraddizioni, aggiornandosi costantemente per capire quali idee, quali parole e quali lettere possano di volta in volta rappresentare al meglio noi e le differenti comunità che ci stanno intorno.

Fonte: www.illibraio.it

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