I consigli di Nicoletta Romanazzi, professione mental coach: “Un percorso adatto a chiunque”

Nadia Corvino | 02.05.2022

"Tutto quello che ho fatto nella mia vita lo porto nel mio coaching, così come il lavoro che ho fatto su di me"; Nicoletta Romanazzi, mental coach che ha affiancato atleti come Marcell Jacobs, Luigi Busà e Viviana Bottero (tutti medaglie olimpiche di Tokyio 2021) e ora autrice del saggio-manuale "Entra in gioco con la testa", si racconta: "Purtroppo spesso la spinta a intraprendere il percorso la danno i problemi o i dolori, il che è un peccato, perché si potrebbe iniziare prima, per imparare a scoprire quali sono le nostre risorse e il nostro potenziale e sfruttarlo nel modo migliore, anche solo per imparare a conoscerci meglio"


Entra in gioco con la testa è il titolo del saggio-manuale della mental coach Nicoletta Romanazzi, il cui lavoro ha ottenuto una grande risonanza nei mesi scorsi, dopo che il velocista medaglia d’oro a Tokyo nei 100 metri piani e nella staffetta 4×100 metri Marcell Jacobs ha raccontato l’importanza del percorso sviluppato con lei per l’ottenimento di questi risultati.

Quello di Jacobs è stato il caso più clamoroso, ma Romanazzi ha affiancato diversi atleti, come per esempio le medaglie olimpiche Luigi Busà e Viviana Bottero, calciatori di Serie A come Matías Vecino e Mattia Perin, sportivi come il fantino Andrea Mari e la triatleta Alice Betto, e moltissimi altri ancora.

Romanazzi descrive il suo lavoro come sartoriale, perché parte della sua professione è anche quella di adattare i principi del mental coaching alle esigenze delle singole persone che decidono di affidarsi a lei. Se per alcuni, infatti, si rivelano decisive le tecniche di respirazione, per altri è importante scoprire quali sono i blocchi mentali che si manifestano attraverso gli infortuni, oppure trovare un modo per riequilibrare le esigenze che scaturiscono da diverse parti di sé, o ancora trovare la giusta concentrazione tramite la pratica meditativa.

Per questo Romanazzi definisce il suo un “non-metodo”, che descrive nel dettaglio all’interno di Entra in gioco con la testa, un libro edito da Longanesi (con la prefazione dello stesso Jacobs) che si può leggere anche come manuale, poiché riassume le tecniche da lei utilizzate più spesso e affianca chi si vuole approcciare alla disciplina con degli esercizi pratici. Inoltre Romanazzi condivide la propria storia e quella degli atleti che ha seguito, raccontando i diversi tipi di benefici che si possono ottenere da questo percorso, fisici e psicologici, legati al raggiungimento di un traguardo o semplicemente finalizzati allo stare meglio con se stessi.

copertina del manuale entra in gioco con la testa

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ilLibraio.it ha raggiunto l’autrice telefonicamente per approfondire alcuni aspetti della sua figura professionale e il percorso che l’ha condotta alla scrittura di questo libro.

In Entra in gioco con la testa lei racconta che la sua carriera di mental coach è nata un po’ per caso. Come ha scoperto questo mondo? E come ha capito che era la strada giusta per lei?
“Quando ho finito il mio percorso scolastico non avevo le idee chiare su cosa avrei fatto nella vita, e mi sono trovata a lavorare nell’azienda di mio padre, anche se non si trattava di un ambito che mi interessava. Anni dopo ho scoperto per caso il mondo del coaching accompagnando il mio ex marito a un corso di formazione: lì sono rimasta folgorata, e ho capito che era esattamente quello che volevo fare nella vita. Però ero fortemente insicura e non pensavo di esserne in grado, e per questo è stato necessario affrontare prima un percorso che mi ha portato a lavorare su di me. Quando alla fine di questo corso mi hanno proposto di proseguire con la formazione professionale mi sono iscritta all’istante, ma il lavoro su me stessa non è mai terminato: se qualcuno mi chiedesse il segreto del mio successo, direi proprio che è il fatto che non ho mai smesso di lavorare su di me. È questo che mi ha permesso di diventare il mental coach che sono oggi”.

Il 2021 è stato un anno importante per lo sport italiano, e tra gli atleti che hanno vinto medaglie alle olimpiadi alcuni hanno aggiunto alla loro preparazione un percorso di mental coaching sviluppato con lei. Come è cambiata la sua vita e il suo lavoro da quel momento?
“Alle Olimpiadi c’erano cinque degli atleti che seguivo, ed ero certa che avrebbero portato a casa dei buoni risultati, ma non immaginavo che il lavoro fatto insieme avrebbe ottenuto questa risonanza, e soprattutto non mi immaginavo che Marcell avrebbe fatto il mio nome in mondovisione! Da quel momento mi sono trovata coinvolta in interviste, televisione, radio, speech aziendali, tutte cose alle quali io non ero assolutamente abituata né preparata. Le prime volte in cui sono andata in televisione ero così tanto agitata che pensavo che sarei svenuta… tutti ci troviamo in difficoltà quando ci spingiamo molto al di fuori della zona di comfort, nessuno ne è esente, poi però intervengono gli strumenti del mental coaching che permettono di gestire queste emozioni nel miglior modo possibile. È stato un anno bellissimo perché mi ha portato tante cose belle, ma anche molto intenso perché ho dovuto lavorare tantissimo, sia per imparare a fare cose nuove, sia per mantenere la mia centratura. Alla fine questo successo per me è stato il mezzo per riuscire ad arrivare a più persone di quelle che potrei raggiungere io come mental coach”.

Oltre ai successi dei suoi clienti, quali sono le maggiori soddisfazioni che le ha dato negli anni questo lavoro?
“Esistono poche cose belle come fare un lavoro che è la tua più grande passione. Fare la mental coach mi fa proprio stare bene; sapere che il tuo lavoro aiuta le persone a essere più equilibrate e più felici poi lo rende ancora più soddisfacente. Di soddisfazioni ne ho avute tante, come quella di essere in qualche modo riuscita a sdoganare la figura del mental coach, quella di aver ottenuto in quanto donna risultati importanti in un ambiente totalmente maschile, e anche un po’, diciamolo, la soddisfazione nei confronti di tutte le persone che negli anni mi hanno preso in giro per questo lavoro, perché non ci credevano”.

Quali sono le figure professionali, oltre agli atleti, che secondo lei possono beneficiare maggiormente da questo percorso?
“Qualsiasi essere umano. Fare mental coaching significa lavorare su come funziona la nostra mente e come funzionano gli stati d’animo, come gestirli, come cambiarli se serve, come prendere in mano la responsabilità della nostra vita; sono tutti argomenti essenziali che andrebbero insegnati a scuola, perché ci permettono di andare nella direzione che vogliamo, di prendere in mano la nostra felicità”.

Come si acquisisce la consapevolezza di avere bisogno di un mental coach?
“Purtroppo spesso la spinta a intraprendere il percorso la danno i problemi o i dolori, il che è un peccato, perché si potrebbe iniziare prima, per imparare a scoprire quali sono le nostre risorse e il nostro potenziale e sfruttarlo nel modo migliore, anche solo per imparare a conoscerci meglio. Io per prima l’ho fatto e mi ha completamente cambiato la vita: avevo delle insicurezze così forti che diventavano quasi debilitanti, non sapevo chi fossi, non credevo veramente in me, tutti nodi che ho sciolto lavorando su me stessa”.

Le è capitato che venissero da lei persone non ancora pronte a intraprendere questa strada?
“Mi è capitato diverse volte che delle persone siano venute con l’idea che bastasse presentarsi agli incontri per risolvere le loro problematiche, ma in realtà il lavoro di mental coaching è molto attivo da parte del cliente, perché non basta prendere consapevolezza di una cosa, bisogna portarla nella propria vita esercitandola ogni giorno”.

Dal suo libro emerge che il percorso è diverso per ognuno, anche perché ne fanno parte tecniche appartenenti a discipline diverse (per esempio respiro, ascolto e meditazione). Quali sono secondo lei i pilastri imprescindibili del mental coaching?
“Uno degli strumenti che utilizzo di più è l’ipnosi, quindi la capacità di entrare in uno stato di massima concentrazione, che è quello che permette di ottenere i risultati e avere accesso a tutte le proprie risorse, soprattutto all’intuito. Poi c’è il respiro, che è potentissimo e aiuta la connessione tra corpo e mente, e ci aiuta a entrare in quello stato di massima concentrazione, il voice dialogue, che studia tutte le componenti della nostra personalità. Ma le tecniche sono tantissime: tutto quello che ho fatto nella mia vita lo porto nel mio coaching, così come il lavoro che ho fatto su di me”.

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Fonte: www.illibraio.it

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