La quiete della provincia nasconde torbidi misteri: "L'illusione del vuoto", noir di Elena Dottini, si snoda tra le strade di una Mantova contemporanea, "un'amica che lascia parlare gli altri", che non sembrerebbe il teatro adatto a ospitare un romanzo a tinte noir. Ma ecco che l'autrice, in questa sua riflessione, smentisce l'idea che si può avere della città lombarda: "Trovare il noir in lei può sembrare una sfida", ma "cosa c’è di più stimolante, per chi scrive, che far emergere il male dove sembra impossibile possa annidarsi?"
Quando avevo vent’anni, Mantova non era certo la mia città: la mente, la fantasia si proiettavano verso le grandi metropoli, stimolanti e trasgressive. A vent’anni pensi che una città raffinata e discreta non possa darti nulla, riservare alcuna sorpresa.
Nel tempo le cose sono cambiate, a tal punto che la decisione di ambientare L’illusione del vuoto a Mantova non è nemmeno stata una decisione, ma un impulso: come se, a un certo punto, le appartenessi.
Mantova: un’amica che lascia parlare gli altri…
Allora ho colto ogni occasione per investigarla, scoprendo quanto poco la conoscessi. Finendo, come spesso accade, per invaghirmi definitivamente di qualcosa che ho avuto sempre a portata di sguardo e che, proprio per questo, non ho mai visto davvero. Mantova per me adesso è come quell’amica che in gruppo se ne sta sempre zitta lasciando parlare gli altri, ma quando apre bocca ti incanti ad ascoltarla.
Oggi, a romanzo terminato, percorro le sue strade con un senso di nostalgia, e immagino Michele (il protagonista) aggirarsi dentro i suoi spazi con tanta intensità da sperare quasi di incontrarlo.
Un impatto quasi “traumatico”
Le mie riflessioni su di lei si sono spinte oltre quando un attento osservatore mi ha fatto notare una cosa: arrivare a Mantova significa passare dalla campagna alla città in modo repentino, quasi traumatico. Ed è davvero l’impatto che si ha avvicinandosi a lei soprattutto da est, ovvero dalla parte dei laghi di Mezzo e Inferiore. Con un passo abbandoni erba e ghiaia e ti ritrovi in mezzo ai monumenti; se attraversi il ponte di San Giorgio, alle spalle hai boschi e campi, di fronte il profilo del castello e il disegno delle architetture medievali e rinascimentali.
Chissà se è questo il motivo per cui a Mantova viene spesso attribuito un certo snobismo… Forse la città sente il bisogno di reclamare una distanza tra contesto urbano e contesto rurale, uno spazio che, fisicamente, non esiste. Deve quindi arroccarsi per affermarsi come vera e propria urbe, e il risultato è una miniatura incastonata tra terra e acqua, dalle quali si lascia proteggere per difendere la propria identità.
Trovare il noir
Trovare il noir in lei può sembrare una sfida: come potrebbe risultare inquietante un luogo che pare assopito tra le braccia dei laghi e della campagna?
Invece la sua forza è proprio questa.
Troppo facile cercare le ombre nelle grandi metropoli piene di insidie, minacciose per antonomasia. Mantova invece, con la sua faccia serena e paciosa come una bella luna piena, lei che non è del tutto città, che è di terra e di acqua, i cui contrasti sono più che altro sfumature, lei rappresenta il mio noir.
Cosa c’è di più stimolante, per uno scrittore, che far emergere il male dove sembra impossibile possa annidarsi?
E allora ecco come lo scorcio romantico sul Rio, che scorre tra le case, può diventare l’angosciante cornice di un suicidio. La carcassa marcescente di un pesce siluro può sfregiare la quieta serenità delle rive dei laghi, il passaggio dal giorno alla notte può convertire un ameno vicolo profumato di gelsomino in un oscuro e minaccioso budello.
Affacciandosi sul fossato del castello è possibile godere del senso di pace trasmesso dall’acqua, mossa appena dalla brezza e, se è buio, illuminata da qualche sporadica luce. Ma quando improvvisamente alcuni cerchi concentrici si allargano sulla superficie e, per caso, la mente inizia a frugare sotto di essa domandandosi cosa possano nascondere quelle profondità segnate dalla storia, ecco che, d’istinto, si può sentire l’urgenza di allontanarsi.
A Mantova il pericolo non è manifesto, si nasconde: è un potenziale che affonda la sua natura angosciosa proprio nel fatto che lì, il male, non te lo aspetti.

L’AUTRICE – Entra a far parte del catalogo di Longanesi la voce noir di Elena Dottini, nata nel 1974 in provincia di Mantova (che a settembre 2026 ospita la 30esima edizione del Festivaletteratura). E proprio Mantova è co-protagonista del suo primo giallo, L’illusione del vuoto. Un libro che si snoda tra le strade di una città contemporanea, dove la quiete della provincia nasconde torbidi misteri.
L’illusione del vuoto prende avvio dal ritrovamento in un fosso ai margini della città di un cadavere quasi mummificato. Il vicequestore Michele Canfora e gli agenti della Squadra mobile di Mantova scoprono che la vittima è Giacomo Arturi, studente universitario scomparso otto mesi prima. Ma le informazioni che riescono a ottenere interrogando familiari e amici sono esigue e sfuggenti. Nessuna pista, nessun indizio.
Canfora, però, segnato da un passato che ha cercato di dimenticare, sa bene che i segreti si possono nascondere nei posti più insospettabili, e persino sotto gli occhi di tutti. Deciso a riportare a galla la verità, ricorre a qualche vecchio trucco del mestiere, come contattare il clochard Cartone, informatore esperto e smaliziato. Ma, in qualità di informatrice, si presenta anche una donna, Aurora, che si dichiara pronta a mettere una squadra di investigatori al servizio di Michele, apparentemente senza un tornaconto personale. Per risolvere il mistero e fare giustizia, Canfora dovrà affrontare verità scomode, scavare tra menzogne e depistaggi e, soprattutto, fare i conti con le ossessioni contraddittorie che lo tormentano da troppo tempo…
L’autrice di questo esordio a tinte noir, laureata in Lingue e Letterature Straniere con una tesi di laurea su Edgar Allan Poe, ha frequentato corsi di scrittura e narratologia e partecipato a diversi concorsi letterari con i suoi racconti.
Fonte: www.illibraio.it
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