“Costanza e buoni propositi” di Alessia Gazzola: le nuove avventure di Costanza Maccallé

Redazione Il Libraio | 12.10.2020

Dopo "Questione di Costanza" riecco Costanza Maccallé, protagonista della nuova serie di Alessia Gazzola, in "Costanza e buoni propositi". La paleopatologa torna ad affrontare misteri del passato emersi in un sito archeologico di Milano, oltre che sfide sentimentali che la portano a mettersi in contatto con il padre di sua figlia Flora... - Su ilLibraio.it un estratto


Alessia Gazzola, scrittrice messinese molto amata, già autrice della serie di successo L’allieva (dalla quale è stata tratta una fiction omonima su Rai1), torna in libreria con Costanza e buoni propositi  (Longanesi) in cui sono raccontate le nuove avventure della paleopatologa Costanza Maccallé, già protagonista del romanzo Questione di Costanza.

Specializzata in Anatomia Patologica, Costanza Maccallé si ritrova paleopatologa quasi per caso, dopo aver vinto un bando (rifiutato dalla vincitrice) a cui avevano partecipato in due, che la porta da Messina alla fredda Verona. Tutto è reso un po’ più complicato, ma anche un po’ più dolce, dalla piccola Flora, la figlia di cui si prende cura con amore e dedizione, non senza qualche difficoltà nel barcamenarsi tra un lavoro impegnativo e la crescita di una bambina di cui si deve occupare in solitudine.

In Costanza e buoni propositi la nuova ironica protagonista di Gazzola affronta, tra un mistero affiorato in un sito archeologico milanese e una collezione di esperienze imbarazzanti, la ricerca del padre della piccola, sempre rimasto all’oscuro di tutto e per il quale Costanza scopre di provare ancora dei sentimenti.

Ma ad affrontare queste sfide lavorative, sentimentali e familiari Costanza non è da sola, perché ad affiancarla ci sono i colleghi dell’Istituto di Paleopatologia e la sorella Antonietta, oltre che la sua grande determinazione e i suoi buoni propositi

Per gentile concessione della casa editrice, un estratto dal nuovo romanzo: 

1

Con i giusti passi, a cambiare nome ci si impiegano due minuti. I documenti, le marche da bollo, l’appuntamento all’anagrafe, due firme et voilà. Il nome è parte di noi: questo significa che modificandolo si altera qualcosa anche della nostra essenza? Per fortuna, Flora è troppo piccola per capirlo o per porsi quesiti esistenziali.

La parte più difficile è farle capire che adesso il suo cognome non è più Macallè bensì Erdély de Verre, e soprattutto come si pronuncia – perché naturalmente sono andata a scegliere un tipo con il cognome da aristocratico magiaro caduto in disgrazia.

«Flora Macallè Edevè» continua a ripetere.

«No. Flora Erdély de Verre.»

«Edevè

«Lascia stare, inutile insistere, io ho imparato a dirlo solo alle elementari.»

Marco, il padre, l’ha riconosciuta oggi a qualche settimana dal suo terzo compleanno. D’altra parte, è al corrente della sua esistenza da circa due mesi: le circostanze del concepimento di Flora non si addicono a una brava ragazza. Basti sapere che di lui ignoravo molti elementi sostanziali tra cui anche il cognome, ma cosa posso dire, in quel momento non mi importavano. Comunque, rispetto ai fatti di Malta del giugno di quattro anni fa, oggi di Marco conosco poco di più: fa l’architetto, ha trentadue anni e una fidanzata in carica da un’eternità, che in passato ha tradito ripetutamente ma che sta per sposare.

Siamo sulla sua Lexus, di ritorno a Verona. Alla radio parte a volume un po’ troppo alto Ti sento dei Matia Bazar, ma sul «mi ami o nooo» prima dell’acuto finale della Ruggiero Marco spegne lievemente imbarazzato, come quando i genitori si affrettano a cambiare canale sulle scene d’amore davanti ai bambini, quasi che la richiesta fosse rivolta a lui e si sentisse messo alle strette. E comunque siamo già vicino a casa mia, una palazzina che sembra il tetro castello della famiglia Addams, solo che non abbiamo Lurch, che pur ci tornerebbe molto utile. Ci vivo con Flora e con mia sorella Antonietta dallo scorso novembre e mi ripeto che è una situazione transitoria, ma non so più se è vero. Da anni sogno di trovare lavoro come anatomopatologa in UK e qualche mese fa ci sono arrivata vicinissima. Ma poi hanno prevalso buon senso e correttezza: a Verona ho un contratto di ricerca per un anno in Paleopatologia e salvo imprevisti intendo onorarlo fino alla sua naturale conclusione, ossia il prossimo 30 novembre.

«Vuoi pranzare qui?» chiedo a Marco, mentre provo invano a sganciare Flora dal seggiolino.

«Devo tornare a Milano» risponde, scendendo dall’auto. «Il mio capo non c’è e devo farmi vedere in cantiere o non ci andrà nessuno. Ci penso io» mi dice, apponendo le mani sull’imbracatura prima che io tolga le mie. «Scusa» gli dico quindi, ficcandole subito in tasca.

Lui sgancia Flora con un semplice clic. La bambina gli fa una serie di smorfie e infine una pernacchia. «Flora!» la rimbrotto, mentre lei risponde con una risatina e strizza gli occhi.

«Non importa» dice lui, asciugandosi la faccia spruzzata di saliva. È sempre così, gliele fa passare tutte e a me tocca il ruolo del poliziotto cattivo.

«Costy» riprende con tono sereno, a tradimento, mentre chiude lo sportello del lato passeggero, «stavo pensando che dovremmo andare da un avvocato.»

«Perché?» domando allarmata. Che ci posso fare, gli avvocati mi intimoriscono.

«Per regolare l’affido e il mantenimento. Sai… mi sono informato e l’affido è quasi sempre condiviso… tranne in casi eccezionali.»

«Ammetterai che il nostro un po’ eccezionale lo è.»

 

Costanza e buoni propositi di Alessia Gazzola

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«Non più di tanto. Adesso che ho riconosciuto Flora, io e te siamo come un’ex coppia di fatto.»

«Ah, però. Una coppia? Davvero? Sei sicuro che due torridi giorni di sesso a Malta bastino?»

«Sono bastati a fare una figlia, questo interessa alla legge. E comunque, affido condiviso non vuol dire che Flora debba venire a stare da me a Milano la metà del tempo. È un discorso di responsabilità.»

«Ti fa onore» gli dico e non potrei pensarla diversamente.

«E poi non mi va di mettermi a parlare di soldi direttamente con te. È triste» aggiunge.

Be’, si sa che i ricchi e gli inglesi dicono che parlare di soldi è volgare. Ma io non sono né ricca né inglese. «È più pratico, però!»

«Davvero ti va di chiedere a me personalmente cinquanta euro in più sull’affitto? Non è meglio che qualcuno faccia i conti per noi?»

«Come vuoi, andremo da un avvocato.» Sembra che gli stia facendo una concessione, ma lo so che ha ragione, lo capisco. Lui mi guarda negli occhi, serio.

«Mi sembri… fredda. C’è qualche problema?»

«No, no, ci mancherebbe!»

«Ti spaventa l’idea di andare da un avvocato? È solo per metterci d’accordo in maniera formale. Non significa finire in tribunale a farsi la guerra. Possiamo trovarne uno che rappresenti entrambi. Lo pagherei io» si affretta a precisare.

Ma cos’è oggi questa fissa per i soldi? È per via della firma che ha messo all’anagrafe? O l’effetto di vedere il suo cognome sulla carta di identità di Flora? E dire che io di soldi non gliene ho mai chiesti.

«Marco, non è necessario. Posso pagare» rispondo e, anche se non lo vorrei, risulto un po’ sostenuta.

Flora nel frattempo mi tira con forza il lembo del cappotto. «Ho sete.»

«Non si dice così, Flora. Si dice: Mamma, mi dai l’acqua, per piacere?»

«Adesso devo andare. Però ne parliamo più tardi.» Dà un abbraccio a Flora che gli risponde: «Busanotte oghè».

«Eh?»

«È una cosa che ci diciamo noi. Significa buonanotte» mi spiega Marco prendendo molto sul serio la cosa.

«Ma non è notte…» obietto.

«Fa lo stesso. Busanotte oghè anche a te, Rossa» dice lui, e si avvicina allo sportello dell’auto.

«Marco… grazie. Davvero. Per il modo in cui hai accolto… questa cosa.»

«Questa cosa…» ripete lui. «È una cosa enorme. E anch’io ogni tanto mi sorprendo di quanto bene l’abbia presa.»

(continua in libreria…)

Fonte: www.illibraio.it

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