Come questi giorni a casa ci stanno facendo crescere in fretta

Christian Bergamo | 17.03.2020

Christian Bergamo nel febbraio 2017 ha aperto per gioco la pagina Facebook "Quasi Padre" per raccontare l’esperienza dell’attesa di un figlio. I suoi post hanno avuto successo, fino alla pubblicazione del primo libro. Su ilLibraio.it la sua riflessione su quello che questo periodo, che ci costringe a casa, potrebbe insegnarci: "Magari oltre la paura c’è qualcosa di importante da imparare, l’opportunità di uscire per un attimo fuori dal gioco, dal Lunapark coi suoi colori vorticanti, per guardarci meglio, imparare a conoscerci e riconoscerci tra noi"


C’è un film con Tom Hanks della fine degli anni Ottanta in cui Josh, un tredicenne deluso e arrabbiato col mondo, decide di affidare il suo più grande desiderio al mago di una macchinetta a gettoni del Lunapark. L’indomani si sveglia e il desiderio è stato esaudito: il ragazzino è diventato un uomo. All’inizio è incredulo, spaventato, poi ci si abitua ma neanche troppo.

Ecco come mi sono sentito quando ci hanno detto che a causa dell’emergenza sanitaria nazionale saremmo dovuti rimanere dentro casa per due settimane, così, all’improvviso. Stavamo a cena con amici e l’indomani la normalità sarebbe stata stravolta in una maniera che non avremmo mai immaginato.

Ero Josh davanti allo specchio della sua cameretta, in un corpo che tanto aveva voluto ma che non gli apparteneva.

Un corpo, il mio, che non avrebbe avuto più fretta, che non sarebbe dovuto stare in giro dalla mattina alla sera, in mezzo al traffico, in un bar a mangiare al volo un tramezzino freddo per pranzo, un corpo che non si sarebbe dovuto ridurre a giocare con il figlio un’oretta feriale e nei weekend. Non sarei stato più quel corpo lì, imbronciato di ritorno dal lavoro, perché stanco, perché è assurdo che la vita sia solo questo, come rimuginavo ogni sera tra me e me.

Una mattina di marzo ci siamo svegliati tutti come Josh e ci siamo ritrovati a fare i conti con una realtà che spesso avevamo sognato, idealizzato, rincorso, ma che ci appariva ben diversa da come ci saremmo aspettati.

I tredicenni lagnosetti che eravamo stati fino a poche ore prima erano diventati ragazzotti con i peli sul petto, defraudati dei loro giochini preferiti: libertà, routine e immortalità.

E allora ci siamo resi conto che questa restrizione non era la gentile concessione che millantavamo. Siamo stati presi alla sprovvista.

Non eravamo abituati a dover parlare con il partner senza potersi raccontare l’ordinarietà del lavoro, delle giornate piene di impegni, delle minime distrazioni di cui sono state sempre intessute le nostre vite di privilegiati. No, stavolta non c’erano più scuse, nel vuoto della nostra vita messa in stand by avremmo dovuto imparare a parlare di altro, di vita, paure e incertezze. Di noi.

Non eravamo abituati a gestire le ore lunghissime di una giornata, e infilarci qualcosa per riempirle, magari imparare a cucinare, o a colorarle in maniera creativa per dare senso ai tempi di un figlio piccolo chiuso dentro le mura di casa senza poter uscire. Non eravamo più abituati a giocare con i bambini senza avere a portata di mano una scusa valida per alzarsi dal tappetone e andare un attimo di là, a riposare o a fare il refresh della mail aziendale.

Non eravamo abituati a sentire la mancanza di una birra con un amico e, soprattutto, a dover tranquillizzare un genitore, che finalmente ha capito come si fa una videochiamata ma che adesso, improvvisamente, scopriamo più fragile di noi.

Ci siamo ritrovati grandi, forse troppo. Il mondo intorno a noi non aveva più gli stessi contorni: perfino chiedere aiuto a un commesso perché non trovi le alici tra gli scaffali del supermercato, tutt’a un tratto, sembra un gesto inconsulto. E così siamo stati costretti a cercarcele da soli, le alici sott’olio. Siamo stati costretti alle domeniche senza calcio, alle serate senza impegni, a dover affrontare la staticità del tempo e, contemporaneamente, una precarietà spaventosa e che non avevamo preventivato.

Io non lo so come sia successo, che il Lunapark si sia svuotato di colpo, che le giostre abbiano chiuso, la musica si sia spenta, le luci colorate sparite. Non lo so, giuro, dove caspita abbiano spostato quella maledetta macchinetta a gettoni con il mago, ma se potessi ci tornerei per spiegargli meglio cosa avevo intenzione di dirgli, quella sera.

Eppure forse quel mago cattivo qualcosa voleva dirci, con il suo incantesimo inquietante. Magari oltre la paura c’è qualcosa di importante da imparare, l’opportunità di uscire per un attimo fuori dal gioco, dal Lunapark coi suoi colori vorticanti, per guardarci meglio, imparare a conoscerci e riconoscerci tra noi. Magari nascosto tra i lego sul tappetone dei nostri figli, tra i pinnacoli di una torre di costruzioni o dentro la scatola di pastelli con cui coloriamo arcobaleni da appendere ai balconi, c’è da qualche parte anche il senso di un’esistenza di cui non ci sentivamo più i veri proprietari.

Magari, chi lo sa, c’è un nuovo senso di responsabilità da riscoprire, verso i nostri bambini, i nostri anziani, i nostri amici, compagni, amanti e noi stessi. Magari smettiamo di lamentarci, impariamo a essere veramente presenti per i nostri cari, piccoli e grandi, quando siamo con loro, e alla fine di questo incantesimo saremo davvero pronti per ricominciare a correre e crescere. Come prima, ma meglio.

quasi padre christian bergamo

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L’AUTORE – Christian Bergamo (Roma, 1985) ha lavorato come barista, postino e animatore turistico, prima di diventare direttore creativo e socio di un’agenzia pubblicitaria. Nel febbraio 2017 apre per gioco la pagina Facebook Quasi Padre per raccontare l’esperienza dell’attesa di un figlio. I suoi post diventano virali e oggi sono seguiti da oltre 20.000 follower. Da quell’esperienza nasce un romanzo e nella primavera 2019 il primo capitolo viene pubblicato su Bookabook, prima realtà editoriale italiana in crowdfunding. È un grande successo: in poche ore il romanzo stabilisce un record di adesioni.

Quasi padre sarà disponibile dal 19 marzo in ebook e successivamente in versione cartacea. Dall’orizzonte stretto di una sala parto, Bergamo sbircia il mondo fuori, per ripercorrere la strada che lo ha portato fin là. Perché un figlio cambia tutto prima ancora di nascere.

Anche gli uomini aspettano un bambino. Lo fanno tormentandosi, con la malinconia delle rinunce, la paura di non essere all’altezza e quell’ansia di non darlo troppo a vedere. Anche gli uomini partoriscono. Lo fanno in silenzio, digrignando i denti o forzando un sorriso fintamente rassicurante. Questa è la storia di un Lui che insieme a una Lei percorre la strada che lo porta a diventare padre e nel frattempo a girare intorno a sé stesso e alla propria vita. Un racconto di trentenni alle prese con i primi traguardi adulti dell’esistenza, tra riflessioni, paranoie, sbronze con gli amici e un viaggio in solitaria, alla ricerca del proprio modo di diventare grandi, senza mai smettere di essere sé stessi.

Fonte: www.illibraio.it

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