Il ritorno di Donato Carrisi

Redazione Il Libraio | 08.09.2014

In libreria il nuovo romanzo "Il cacciatore del buio" - Leggi un capitolo


“Il cacciatore del buio” (Longanesi), il nuovo romanzo di Donato Carrisi, non è solo un viaggio nei segreti di Roma, la città più nota e allo stesso tempo sconosciuta del mondo. Non è solo un’immersione nella zona più recondita e inesplorata della nostra mente. Ma è il romanzo di un uomo che non ha più niente – non ha identità, non ha memoria, non ha amore né odio – se non il proprio talento. E il talento segreto di Marcus è scovare le anomalie e così percepire la presenza del male che gli uomini fanno agli uomini.  Questo è  il libro di una donna che sta cercando di ricostruire se stessa. Anche Sandra lavora sulle scene del crimine, ma diversamente da Marcus non si deve nascondere, se non dietro l’obiettivo della sua macchina fotografica. Perché Sandra è una foto-rilevatrice della polizia: il suo talento è fotografare il nulla, per renderlo visibile. Questo è il romanzo di una follia omicida che risponde a un disegno, terribile eppure seducente, e che ha per teatro una Roma inedita e suggestiva come non mai…

 

Ed ecco un estratto, pubblicato per gentile concessione della casa editrice

La Città del Vaticano è lo Stato sovrano più piccolo del mondo.

Appena mezzo chilometro quadrato nel pieno centro di Roma. Si sviluppa alle spalle della basilica di San Pietro. I suoi confini sono protetti da una poderosa cinta muraria.

Un tempo l’intera Città Eterna apparteneva al papa. Ma da quando Roma era stata annessa al neonato Regno d’Italia, nel 1870, il pontefice si era ritirato all’interno di quella piccola enclave dove avrebbe potuto continuare a esercitare il suo potere.

In quanto Stato autonomo, il Vaticano ha un territorio, un popolo e organi di governo. I suoi cittadini si dividono fra ecclesiastici e laici, a seconda che abbiano preso o meno i voti. Alcuni abitano all’interno delle mura, altri al di fuori, in territorio italiano, e ogni giorno fanno la spola per raggiungere il posto di lavoro o uno dei tanti uffici e dicasteri, attraversando una delle cinque «porte» da cui si può accedere.

All’interno della cinta ci sono infrastrutture e servizi. Un supermercato, un ufficio postale, un piccolo ospedale, una farmacia, un tribunaleche giudica sulla base del diritto canonico e una piccola centrale elettrica. Anche un eliporto e perfino una stazione ferroviaria, ma a uso esclusivo degli spostamenti del pontefice.

La lingua ufficiale è il latino.

Oltre che dalla basilica, dalla residenza papale e dai palazzi del governo, l’area della piccola città è occupata dai vastissimi giardini e dai musei vaticani, visitati ogni giorno da migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, che concludono il loro tour ammirando con il naso all’insù la meravigliosa volta della Cappella Sistina con l’affresco del Giudizio universale di Michelangelo.

Fu proprio lì che ebbe inizio l’emergenza.

Verso le sedici, due ore prima della chiusura ufficiale dei musei, i custodi cominciarono gentilmente a far defluire i visitatori senza fornire alcuna spiegazione. Nello stesso momento, nel resto del piccolo Stato, il personale laico fu pregato di raggiungere le proprie abitazioni, fuori o dentro le mura. Quelli che risiedevano all’interno non avrebbero potuto allontanarsi da casa fino a nuove disposizioni. La raccomandazione riguardava anche i religiosi, che infatti vennero invitati a rientrare nelle residenze private o a ritirarsi nei vari conventi interni.

Le guardie svizzere, il corpo di soldati mercenari del papa i cui membri erano reclutati dal 1506 esclusivamente nei cantoni svizzeri cattolici, ricevettero l’ordine di serrare tutti gli ingressi alla città, iniziando da quello principale di Sant’Anna. Le linee telefoniche dirette furono interrotte e fu inibito il segnale dei cellulari.

Alle diciotto di quel freddo giorno d’inverno, la cittadella era completamente isolata dal resto del mondo. Nessuno poteva entrare, uscire o comunicare con l’esterno.

Nessuno tranne i due individui che percorrevano il cortile di San Damaso e la loggia di Raffaello, al buio.

La centrale elettrica aveva interrotto l’erogazione di energia in tutta la vasta area dei giardini. I loro passi risuonavano nel silenzio totale.

«Sbrighiamoci, abbiamo solo trenta minuti» disse Clemente.

Marcus era consapevole che l’isolamento non poteva durare a lungo, il rischio era che qualcuno là fuori si insospettisse troppo. Secondo quanto gli aveva riferito l’amico, era già stata apprestata una versione per i media: il motivo ufficiale di quella specie di quarantena era la prova generale di un nuovo piano di evacuazione in caso di pericoli.

La vera ragione, però, doveva rimanere assolutamente riservata.

I due preti accesero le torce per introdursi nei giardini. Occupavano ventitrè ettari, la metà dell’intero territorio dello Stato Vaticano. Si dividevano in giardino italiano, inglese e francese, e raccoglievano specie botaniche provenienti da ogni angolo del mondo. Erano il vanto di ogni pontefice. Molti papi avevano passeggiato, meditato e pregato fra quelle piante.

Marcus e Clemente percorsero i viali costeggiati dalle siepi di bosso, perfettamente modellate dai giardinieri come fossero sculture di marmo.Transitarono sotto le grandi palme e i cedri del Libano, accompagnati dal suono delle cento fontane che ornavano il parco. S’inoltrarono nel roseto voluto da Giovanni XXIII, in cui in primavera fiorivano le rose che portavano il nome dello stesso papa santo. Al di là delle alte mura, c’era il caos del traffico di Roma.

Ma, dal loro lato, il silenzio e la quiete erano assoluti.

Tuttavia, quella non era pace, considerò Marcus. Non più, almeno. Era stata rovinata da ciò che era accaduto quello stesso pomeriggio, quando era stata fatta la scoperta.

Nel luogo in cui i due penitenzieri erano diretti, la natura non era stata addomesticata come nel resto del parco. All’interno del polmone verde, infatti, c’era una zona in cui gli alberi e le piante potevano crescere liberamente.

Un bosco di due ettari.

L’unica manutenzione a cui veniva sottoposto periodicamente era la rimozione dei rami secchi. Ed era proprio ciò a cui stava provvedendo il giardiniere che aveva lanciato l’allarme.

Marcus e Clemente si inerpicarono su un monticciolo. Giunti in cima, puntarono le torce nella corta valle sottostante, al cui centro la gendarmeria – il corpo di polizia vaticana – aveva delimitato una piccola zona con del nastro giallo. Gli agenti avevano già svolto le indagini del caso e compiuto tutti i rilievi, poi avevano ricevuto l’ordine di abbandonare l’area.

Perche´ potessimo arrivare noi, si disse Marcus. Quindi si avvicinò al confine segnato dal nastro e, con l’aiuto della torcia, vide.

Un torso umano.

Era nudo. Gli ricordò subito il Torso del Belvedere, la gigantesca statua mutila di Ercole conservata proprio nei musei vaticani e a cui si era ispirato Michelangelo. Ma non c’era nulla di poetico nei resti della povera donna che aveva subito quel trattamento animale.

Qualcuno le aveva staccato di netto testa, gambe e braccia. Giacevano a pochi metri, sparpagliate insieme agli abiti scuri, lacerati.

«Sappiamo chi è?»

«Una suora» rispose Clemente. «C’è un piccolo convento di clausura al di là del bosco» disse indicando davanti a se´. «La sua identità è un segreto, e` uno dei dettami dell’ordine a cui appartiene. Ma non credo che, a questo punto, faccia differenza.»

Marcus si chinò al suolo per guardarla meglio. L’incarnato candido, i piccoli seni e il sesso mostrati impudicamente. I capelli biondi e cortissimi, un tempo coperti dal velo, adesso erano esposti sulla testa mozzata. Gli occhi azzurri, levati al cielo come in una supplica. Chi sei?, le domandò con lo sguardo il penitenziere. Perché c’era un destino peggiore della morte: morire senza un nome. Chi ti ha fatto questo?

«Ogni tanto, le suore passeggiano nel bosco» continuò Clemente. «Qui non viene quasi mai nessuno, e loro possono pregare indisturbate.»

La vittima aveva scelto la clausura, pensò Marcus. Aveva preso i voti per isolarsi dall’umanità insieme alle consorelle.Nessuno avrebbe più visto il suo volto.Invece era diventata l’oscena esibizione della malvagità di qualcuno.

«E difficile comprendere la scelta di queste suore, molti pensano che potrebbero andare a fare del bene fra la gente invece di rinchiudersi fra le mura di un convento» affermò

 Clemente,come se gli leggesse nel pensiero. «Ma mia nonna diceva sempre: ‘Non sai quante volte queste suorine hanno salvato il mondo con le loro preghiere’.»

Marcus non sapeva se crederci. Per quanto ne sapeva lui, davanti a una morte come quella il mondo non poteva dirsi salvo.

«In tanti secoli, un fatto simile non era mai accaduto qui» aggiunse l’amico. «Non eravamo preparati. La gendarmeria svolgerà delle indagini interne, ma non ha i mezzi per affrontare un caso del genere. Perciò niente medico legale o polizia scientifica. Niente autopsia, impronte o DNA.»

Marcus si voltò a fissarlo. «Perché allora non chiedere l’aiuto delle autorità italiane?»

Secondo i trattati che legavano i due Stati, il Vaticano poteva ricorrere alla polizia italiana in caso di necessità.

Ma quell’aiuto veniva usato solo per controllare i numerosi pellegrini che affluivano nella basilica oppure per prevenire i piccoli reati che avvenivano nella piazza antistante. La polizia italiana non aveva giurisdizione oltre la base della scalinata che conduceva all’entrata di San Pietro. A meno che non ci fosse una specifica richiesta.

«Non avverrà,è già stato deciso» affermo` Clemente.

«Come farò a indagare all’interno del Vaticano senza che qualcuno si accorga di me o, peggio ancora, scopra chi sono?»

«Infatti, non lo farai. Chiunque sia stato, è venuto dall’esterno.»

Marcus non capiva. «Come fai a saperlo?»

«Conosciamo il suo volto.»

La risposta colse il penitenziere di sorpresa.

«Il corpo è qui da almeno otto, nove ore» proseguì Clemente. «Questa mattina, molto presto, le telecamere di sicurezza hanno ripreso un uomo sospetto che si aggirava nella zona dei giardini. Era vestito da inserviente, ma risulta che sia stata rubata una divisa.»

«Perché lui?»

«Guarda tu stesso.»

Clemente gli porse la stampata di un fotogramma. C’era un uomo vestito da giardiniere, con il volto parzialmente celato dalla visiera di un cappellino. Caucasico, età indefinibile ma sicuramente oltre i cinquant’anni. Aveva con se´ una borsa grigia a tracolla, sul cui fondo s’intravedeva una macchia più scura.

«I gendarmi sono convinti che lì dentro ci fosse una piccola accetta o un oggetto simile. Doveva averla usata da poco, la macchia che vedi probabilmente è sangue.»

«Perché proprio un’accetta?»

«Perché era l’unico tipo di arma che potesse trovare qui.

E’ escluso che sia riuscito a introdurre qualcosa da fuori,superando i varchi di sicurezza, le guardie e i metal detector.»

«Però l’ha portata via con se´ per cancellare le tracce, nel caso i gendarmi si fossero rivolti alla polizia italiana.»

«In uscita è molto pi semplice, non ci sono controlli. E poi, per andar via senza dare nell’occhio è sufficiente confondersi col flusso dei pellegrini o di turisti.»

«Un arnese da giardinaggio…»

«Stanno ancora controllando che non manchi niente.»

Marcus osservò di nuovo i resti della giovane suora.Senza accorgersene, con una mano strinse la medaglietta che portava al collo, quella con san Michele Arcangelo che brandiva la spada di fuoco. Il protettore dei penitenzieri.

«Dobbiamo andare» affermò Clemente. «Il tempo è scaduto.»

In quel momento, un fruscio si mosse lungo il bosco. Veniva verso di loro. Marcus sollevò lo sguardo e vide avanzare una schiera di ombre che emergevano dal buio. Alcune con in mano una candela. Al fioco bagliore di quelle fiammelle, riconobbe un gruppo di figure col capo coperto. Portavano un drappo scuro sul volto.

«Le sue consorelle» disse Clemente. «Sono venute a prenderla.»

In vita, solo loro potevano conoscere il suo aspetto. In morte, erano le uniche che potessero aver cura delle sue spoglie. Era la regola.

Clemente e Marcus indietreggiarono per lasciare libera la scena. Così le suore si disposero in silenzio intorno ai poveri resti. Ciascuna sapeva già cosa fare. Alcune stesero dei teli bianchi, altre raccolsero da terra le parti del cadavere.

Solo allora Marcus si accorse del suono. Un unisono brusio proveniente da sotto i drappi che coprivano quei volti. Una litania. Pregavano in latino.

Clemente lo afferrò per un braccio, tirandolo via. Marcus fece per seguirlo ma, in quel momento, una delle suore gli passò accanto. E allora sentì nitidamente una frase.

«Hic est diabolus.» Il diavolo è qui.

(continua in libreria…)

Fonte: www.illibraio.it

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