“Casa di mare”: Buticchi commuove con il racconto del padre

Redazione Il Libraio | 30.08.2016

Albino Buticchi è stato petroliere, pilota d’auto e dirigente sportivo. In "Casa di mare" il ritratto commovente del figlio, lo scrittore Marco Buticchi - Su ilLibraio.it un capitolo


“Seduto di fronte all’esistenza di mio padre, densa di avventure come un romanzo, cerco il coraggio di raccontarla”. Marco Buticchi ha deciso di dedicare un libro a suo padre, il noto industriale ligure Albino Buticchi. E il risulto è Casa di mare (Longanesi), un ritratto commovente.

Un’esistenza tanto eccezionale quanto fragile, quella di Albino Buticchi, un uomo che dal nulla crea un impero per poi dissolverlo sotto la spinta incontrollabile delle sue passioni. Un personaggio dell’alta società internazionale dalla vita movimentata, il cui racconto nelle pagine di questo romanzo è caratterizzato dal tono e dal ritmo tipici di Marco Buticchi, con l’aggiunta inevitabile di una forte componente emotiva.

Da Casa di mare emerge un affresco dell’Italia eroica dell’ultimo secolo, dal Dopoguerra alla Dolce Vita, dagli anni del boom economico a quelli del grande calcio italiano. Una finestra aperta su una Nazione capace di risorgere dalle proprie macerie, grazie alle intuizioni e al coraggio dei protagonisti di quell’epoca.

Albino Buticchi è stato petroliere, pilota d’auto e dirigente sportivo. Dopo una giovinezza nella Resistenza, contrassegnata anche da una deportazione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta diventò responsabile della BP (British Petroleum) nel Nord Italia. Nel 1972 divenne maggiore azionista e presidente dell’Associazione Calcio Milan. Entrato in contrasto con i tifosi e con il capitano Gianni Rivera, lasciò la presidenza nel dicembre del 1975. Frequentatore assiduo delle case da gioco, nel 1983 tentò il suicidio: si sparò alla testa e perse la vista. È scomparso il 13 ottobre del 2003 alla Spezia.

marco buticchi

L’autore (nella foto sopra, ndr), mastro italiano dell’avventura, ha pubblicato bestseller come Le Pietre della Luna (1997), Menorah (1998), Profezia (2000), La nave d’oro (2003), L’anello dei re (2005), Il vento dei demoni (2007), Il respiro del deserto (2009), La voce del destino (2011), La stella di pietra (2013) e Il segno dell’aquila (2015).

Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, un capitolo da Casa di mare

Prologo

La Spezia, Ospedale Civile,

notte del 14 febbraio 1983

« È ancora vivo? »

« Sì, dottore », rispose l’infermiere. « A tratti è anche cosciente. »

Il medico abbassò gli occhiali sul naso, osservò le ferite e assunse un’aria scettica.

« Non è possibile essere coscienti, conciati in questo modo. » Immerse la garza in una soluzione disinfettante dal colore brunito e ripulì i bordi bruciacchiati attorno al foro d’entrata del proiettile. Ripeté l’operazione con quello d’uscita, sull’altra tempia e assai più grande. Dopo la disinfezione, applicò due tamponi candidi sulle lesioni. In pochi istanti le bende si macchiarono del sangue che continuava a fluire.

Nei suoi gesti non c’era la spasmodica fretta che di solito accompagna chi cerca di salvare un essere umano: per quanto aveva modo di vedere, quella vita era da considerarsi ormai irrimediabilmente compromessa.

« Non possiamo fare altro », aggiunse abbassando la voce, quasi non volesse farsi sentire dal paziente. « Non credo che arrivi a domani. Lì dentro dev’esserci solo poltiglia: è questo l’effetto di un proiettile quando colpisce il cervello. Mandiamolo a Pisa, loro sono più attrezzati di noi per fare miracoli. I familiari sono stati avvertiti? »

« Li stanno rintracciando. Nessuno di loro era a Lerici, stanotte. »

« Chissà che colpo, poveracci. »

« Chissà che colpo per l’Italia intera… Questa storia finirà sulle prime pagine di tutti i giornali. Ancora non riesco a capacitarmi. Un uomo così… »

« Sono proprio uomini come questi che, quando cadono, fanno più rumore degli altri. »

 

« Ho freddo… » sussurrò il ferito. « Mamma, ho freddo. »

« Mi sente, Albino? » chiese l’infermiere chinandosi sulla barella.

« Sì, la sento… Lei mi conosce? » rispose.

« E chi non la conosce, presidente. »

« Ho freddo…mamma… » ripeté, prima che la mente si annebbiasse e tornasse a vagare nell’incoscienza.

 

Montecarlo, quella sera, gli era apparsa meno sfavillante del solito. Eppure era San Valentino, la festa degli innamorati.

Aveva deciso che per lui era finita sin da quando, nel cuore della notte, era uscito dal Casinò di Beaulieu: lì aveva lasciato l’ultimo assegno a garanzia del debito che aveva contratto. Un debito colossale, cui si andavano a sommare gli assegni circolari che aveva portato con sé e cambiato alle casse di alcuni casinò.

Beaulieu era la terza casa da gioco che aveva visitato nel corso di quella maledetta serata e in ognuna aveva perso cifre da capogiro.

Due amici lo riaccompagnarono in Liguria. Lungo la strada da Monaco a Lerici, cercarono di attenuare la tensione con qualche isolata battuta.

Lui restava in silenzio. Ormai aveva deciso, e lo aveva anche farfugliato tra le rare parole pronunciate durante il viaggio di ritorno.

Erano a poche centinaia di metri da casa quando furono fermati dai Carabinieri.

« Presidente Buticchi! È lei? » disse il graduato riconoscendolo. « Siamo abituati a vederla al volante. Non l’avevo notata seduto al posto del passeggero. Buona notte di San Valentino », augurò  il militare portando la mano alla visiera. Il maresciallo non poteva certo immaginare che, di lì a poco, lo avrebbe rivisto in tutt’altre circostanze.

« Buon San Valentino… » sussurrò Albino con quell’unico pensiero ormai padrone della sua mente.

« Vuoi che ci fermiamo a dormire da te? » chiese uno degli amici.

« Dormire da me? E per quale motivo? »

« Mi sei sembrato un po’… Insomma, un po’ giù. C’e` qualcuno dei tuoi con te? »

« Alla mia età me la cavo bene anche da solo, ti ringrazio. »

« Non ci pensare, Albino. »

« A che cosa non dovrei pensare, Angelo? »

« A quello che hai perso… al casinò… »

« Che cosa vuoi che sia, per me. Se li ho persi, in qualche modo li rifarò. I soldi vanno e vengono… » rispose senza convinzione.

Nessuno, al di fuori di una casa da gioco, può avere la cognizione esatta di quali cifre possano essere lasciate su un tavolo  verde. Spesso neppure lo stesso giocatore – che può ridursi a implorare perché gli sia concesso un nuovo prestito per rifarsi – sa con precisione quanto sta perdendo.

« Aveva ragione mio padre », mormorò Albino. « Non si arrabbiava perché giocavo d’azzardo sin da ragazzino, ma perché tentavo di rifarmi quando perdevo. »

« Non te la prendere, Albino », disse uno degli amici salutandolo davanti all’ingresso di casa.

« Non me la prendo più », rispose.

Il cancello automatico in ferro battuto della villa si richiuse alle sue spalle.

La pistola, una calibro 7,65, era nascosta dentro un secrétaire nella stanza da letto. Era un’arma semiautomatica che aveva acquistato anni prima, al tempo delle continue minacce di rapimento patite dalla famiglia, cui era seguito un misterioso attentato. Da allora era rimasta quasi sempre dentro un mobile, con il caricatore estratto dal calcio. Sedette sul letto con la rivoltella stretta in pugno.

La lucidità di chi sta per uccidersi é soltanto apparente. Nel disordine di una mente spossata, i meticolosi preliminari sono affrontati con la concentrazione che richiede ogni difficile rituale. Eppure, nella testa, aleggia una confusione assoluta che si contrappone

alla freddezza di chi ha deciso di morire.

Albino posò la pistola sulle gambe e si guardò attorno. In ogni momento della sua vita aveva avuto la piena cognizione del valore del denaro. Sempre, tranne  che al tavolo verde. Lì, ogni cifra gli era sembrata irrisoria rispetto alla sfida contro una sorte avvantaggiata in partenza dal calcolo delle probabilità. Dopo una lunga serie di ingenti perdite, del patrimonio accumulato in anni di successi non erano rimaste neppure le briciole.

Impugnò la pistola ma ebbe un attimo d’esitazione: non tutto era perduto. Forse poteva coprire i debiti smobilizzando alcune proprietà: gli sarebbe rimasto abbastanza denaro da vivere più che agiatamente sino alla vecchiaia. Ma l’incapacità di fermarsi dinanzi al richiamo del gioco lo atterriva. Gli pareva di essere una preda senza scampo in balia della sua stessa inguaribile debolezza. Davvero inguaribile. Sollevò l’arma e la puntò alla tempia.

Improvvise gli apparvero le immagini delle persone care.

Aveva sempre amato gli altri a modo suo, guardando tutti un po’ da lontano, spesso rasentando il confine dell’anaffettività. Forse ad atterrirlo non era tanto il dolore che avrebbe provocato loro, ma l’onta che avrebbe pesato sulla sua memoria: quella di chi aveva dissipato la propria ricchezza ai tavoli da gioco. Era sempre stato un giocatore, ma da qualche tempo aveva superato ogni limite sino a diventare schiavo di quel vizio. Però non lo ammetteva. Lui, uomo forte e intraprendente, imputava invece l’inizio della fine a un amico in difficoltà che lo aveva coinvolto nei suoi guai.

Prese un foglietto e scrisse con mano ferma: « Ringraziate l’amico… » e il nome di colui cui poteva attribuire la colpa dell’accaduto. Ma era soltanto un alibi, aveva mentito a se stesso persino in un momento come quello. Posò di nuovo la canna fredda sulla tempia, chiuse gli occhi, irrigidì le membra e tirò il grilletto.

Click.

L’arma fece cilecca.

Nel meticoloso rituale si era dimenticato di inserire il colpo in canna.

Riuscì anche a scuotere il capo e accennare un sorriso: era già successo che tirasse il grilletto senza caricare l’arma. E anche quella volta la sua vita era cambiata.

Posò la pistola sul tavolo da notte. Respirò a fondo e attese qualche minuto prima di riprovarci, almeno sino a smettere di tremare. Si sentiva in dovere di informare qualcuno della sua decisione.

Sollevò la cornetta e chiamò il suo più stretto collaboratore, una sorta di segretario-amico. Era notte fonda. Aveva solo voglia di sentire una voce familiare, prima di farla finita per sempre.

« Ho perso tutto. Mi ammazzo, Gianfranco. Scusami con tutti », disse con voce tremante prima di riabbassare la cornetta.

Gianfranco era la sua ombra da sempre. In paese era soprannominato « Gian Sorriso » per i suoi modi sempre gentili e accattivanti. Per lui Albino era molto più che un datore di lavoro: era l’amico più anziano, il compagno di mille avventure fuori e dentro le sale delle case da gioco. Quando si erano conosciuti, Gianfranco aveva diciotto anni, era imbarcato sulle petroliere e l’incontro con Albino gli aveva cambiato la vita. Appena ricevuta la chiamata, non perse tempo: indossò le prime cose che gli capitarono a tiro, salì in auto e si diresse a tutta velocità verso la villa.

Albino non dimenticò, stavolta, di caricare la rivoltella e, per non sbagliare, esplose un proiettile di prova contro il termosifone. L’acqua incominciò a zampillare lambendo i preziosi dipinti appesi alle pareti della stanza.

Dai piani superiori arrivarono grida e rumori: il colpo di pistola aveva svegliato le due domestiche. Chissà quale spettacolo si sarebbero trovate davanti, pensò prima di appoggiare nuovamente la canna sulla tempia. Adesso era talmente calda che non riusciva a tenerla a contatto con la pelle.

Le voci di sopra si fecero sempre più concitate.

«Mi troveranno morto con un buco in testa », pensò.

Poi tirò il grilletto.

(continua in libreria…)

Fonte: www.illibraio.it

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